LA RELAZIONE DEL PRESIDENTE LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO
L’assemblea generale di Confindustria ha eletto Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza.
Riporto in allegato il testo integrale della relazione del nuovo Presidente. Una relazione forte, chiara e coraggiosa. Un intervento incisivo, che ha sottolineato i nodi chiave che il nostro Paese deve sciogliere per avviare il rilancio e ha ricordato quali sono gli strumenti per farlo, a cominciare dall’importanza della ricerca, dell’innovazione e della formazione, “da Ragusa a Trento”.
Sottolineo che, Ettore Artioli, attuale Presidente di Sicindustria, è stato eletto Vice Presidente per il Mezzogiorno.
Cordiali saluti
Giovanni Solarino
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ASSEMBLEA DI CONFINDUSTRIA 27 Maggio 2004 RELAZIONE DEL PRESIDENTE LUCA CORDERO
DI MONTEZEMOLO
Autorità, imprenditrici, imprenditori, signore e signori, ho negli occhi
decine di Assemblee di Associazioni Industriali alle quali ho partecipato e il
volto di centinaia e centinaia di imprenditori e imprenditrici. Con
l’impegnativo compito di Presidente della Confindustria, che mi è stato
affidato, ho il dovere di testimoniare la loro passione e la grande voglia di
fare nonostante la stagione difficile. Sono orgoglioso di essere stato scelto e
rivolgo un grazie di cuore all’intera Confindustria che rappresenterò tutta.
Spenderò ogni energia per soddisfare le aspettative dei colleghi Imprenditori.
So di aver accettato una grande responsabilità, ma la vivo anche e soprattutto
come un grande onore: quello di rappresentare le imprese che hanno contribuito a
rendere grande il nostro Paese nel corso degli anni. E’ un momento drammatico,
non solo per l’economia, ma per la vita di tutti noi, alle prese con eventi che
sembravano ormai relegati nei libri di storia, se non in quelli di una brutta
letteratura. Le immagini che ci giungono dal Medio Oriente, i tragici atti di
terrorismo, le barbare esecuzioni, le torture inflitte ai vinti, il clima di
guerra crescente, le divisioni culturali e religiose che tornano da un passato
lontano, incombono su di noi: ci sentiamo sperduti, disorientati, minacciati.
Emerge evidente un desiderio di distogliere lo sguardo da queste immagini: non
per relegarle nel fondo della nostra coscienza, ma per avviare un nuovo processo
di ricostruzione delle relazioni internazionali, fondate sulla pace, sul
rispetto, e sulla sicurezza. C’è una voglia palpabile di vedere un segnale di
ripresa, di sentire che qualche cosa si rimette in marcia, nel mondo e in
Italia. Di questa voglia si è fatto coraggioso interprete il Capo dello Stato,
Carlo Azelio Ciampi. Instancabile, si è prodigato nel richiamarci alle nostre
responsabilità. A vedere quello che ancora c’è da costruire. A rifiutare logiche
rinunciatarie. Grazie, Signor Presidente. Noi non ci tireremo indietro e lo
faremo senza lasciarci andare al qualunquismo e alla protesta di chi crede che
le colpe siano tutte degli altri. Aumenta nel Paese la domanda di soggetti
capaci di dare un contributo positivo. C’è una ricerca, quasi spasmodica, di una
forza di attrazione che sappia catalizzare le migliori energie. A questa domanda
bisogna dare una risposta. L’obiettivo più importante che abbiamo di fronte è
quello di ritrovare come Paese, come cittadini, come imprenditori un clima di
fiducia. Esiste un momento, nella vita di ciascuno di noi, nell’evolversi delle
classi sociali, nell’operare delle categorie, nella dinamica della società, in
cui occorre restituire qualche cosa di quello che abbiamo avuto. E noi, come
imprenditori e come cittadini di questo Paese, abbiamo avuto molto. Essere
classe dirigente significa anche questo: restituire al Paese parte di ciò che si
è ricevuto.
Spetta a noi rifiutare la logica del declino. E noi la rifiutiamo guardando a
noi stessi e a ciò che possiamo migliorare nelle nostre aziende. Alle
Istituzioni e alla politica spetta invece il compito di predisporre il migliore
ambiente per il progresso. Ma non mi stancherò mai di ripetere che, come
imprese, abbiamo comunque il dovere di progredire e crescere con le condizioni
esistenti sul mercato. Nelle imprese, fra gli imprenditori di tutti i settori,
fra i rappresentanti dei lavoratori si percepiscono una forte voglia di
riscatto, l’orgoglio di partecipare, l’ambizione di riuscire. Dobbiamo
rimboccarci le maniche! Affrontando la concorrenza che c’è. Innovando i nostri
prodotti. Investendo in ricerca ed in nuove capacità produttive che ci
consentano di stare sul mercato: nessuno di noi può dirsi appagato. Ogni calo di
tensione danneggia il nostro Paese e impoverisce i nostri figli. Quello che
abbiamo, recita un antico detto, lo abbiamo in prestito da loro. Un mondo in
bilico tra vecchio e nuovo Ed è il mondo intero che, oggi, si trova in bilico
tra una modernità che irrompe offrendo nuove sfide e un passato che ci imbriglia
e ci immobilizza in arcaici stereotipi. Non servono molte analisi: basta
ricordare i fatti. Nel mondo si sta combattendo una guerra contro un terrorismo
ormai, purtroppo, globale. Si può essere a favore o contro le specifiche
strategie adottate dai diversi governi, ma è certo che stiamo vivendo una
transizione epocale. Ma nel mondo ci sono anche la fame, intollerabili divari di
reddito, l’ingiustizia, la povertà, la mancanza di condizioni di vita
accettabili e i ricchi non possono non vedere tutto questo. Aree intere del
globo sono alle prese con la modernizzazione e con l’accesso alla democrazia,
sotto la spinta di pulsioni interne e di condizionamenti esterni. Questo
fenomeno ha prodotto notevoli miglioramenti nelle condizioni di vita di molti
popoli, ma ha anche generato reazioni e fondamentalismi. L’epoca del
nazionalismo solitario è tramontata e i paesi non sono più entità chiuse ed
indifferenti a ciò che avviene altrove. Riuniti in Organizzazioni
Internazionali, essi costituiscono una Comunità Mondiale che sta tentando di
darsi regole di convivenza tra paesi e di imporre il rispetto di diritti umani
inalienabili all’interno degli stessi. Nel corso degli ultimi anni, i nostri
soldati, come quelli di molti altri paesi, sono usciti più volte dai confini
nazionali per azioni d’intervento umanitario, sotto l’egida della comunità
internazionale. Abbiamo anche pagato un tragico tributo di sangue. Ai soldati
italiani, oggi impegnati in queste missioni, va il nostro riconoscimento e il
nostro sostegno: grazie Ragazzi! Siamo orgogliosi di Voi!
La diplomazia internazionale deve riprendere a giocare un ruolo. Chi farà il
primo passo verso la pace, non farà un passo indietro, ma farà compiere un
grande passo in avanti alla storia del mondo. Diamo un’opportunità alla Pace
costruendo un mondo sicuro. I nuovi mercati dell’Asia Un discorso non diverso
vale in economia, con la globalizzazione che porta progresso ma anche rischi di
nuove ingiustizie. L’innovazione tecnologica ha abbattuto molte barriere ed ha
messo in competizione paesi distanti tra di loro con capacità competitive,
culture e tradizioni estremamente diverse. Basti pensare alla Cina: ieri
Continente chiuso in una sorta di medio evo perpetuato dalla divisione del mondo
nei due blocchi; oggi Paese nuovo che si apre al mercato, pur conservando forme
di dirigismo che gli consentono di competere con costi ed innovazioni che i
paesi industriali penano a sopportare. In particolare, noi europei siamo stretti
tra la paura della deindustrializzazione e l’occasione dell’apertura di un
mercato continentale. Un mercato fatto da circa la metà della popolazione
mondiale, se assieme alla Cina contiamo anche l’India e tutti i paesi asiatici,
oggi ancora ai margini della modernizzazione. Certo, dobbiamo difendere i nostri
diritti e dobbiamo imporre il rispetto delle regole internazionali: su questo
saremo inflessibili ed esploreremo tutte le vie necessarie. La lotta contro la
contraffazione ed il furto dei brevetti deve essere condotta con l’uso di tutti
gli strumenti. A cominciare, finalmente, dalla maggiore efficienza delle nostre
dogane che devono fermare l’afflusso di prodotti falsi. Ma dobbiamo soprattutto
prepararci all’allargamento del mercato mondiale che richiederà nuove
produzioni, nuovi servizi ed un nuovo modo di stare sul mercato.
L’organizzazione della produzione Il mercato che si allarga non è solo un
mercato di esportazione. E’ sempre più anche un mercato di produzione, di
ricerca e di innovazione. Per questo dobbiamo difenderci dalle sempre latenti
tentazioni autarchiche. La scomposizione dei processi produttivi permette di
concentrare in alcuni mercati funzioni specifiche, lasciando altre attività ad
altri mercati. Questa non è deindustrializzazione, se non nelle menti di chi
crede che il mondo produttivo sia fisso per sempre in certi stereotipi. Il
lavoro in fabbrica sarà sempre fondamentale, ma l’operaio non è più lo stesso di
cinquanta o cento anni fa. Funzioni come la ricerca, l’innovazione, la
fabbricazione dei prototipi, la logistica, il controllo di qualità, la finanza,
la commercializzazione, la promozione, l’assistenza al cliente,
l’ingegnerizzazione dei processi e dei prodotti, la produzione di parti
specifiche, e così via, rappresentano ormai la parte principale delle nostre
attività. Danno lavoro e reddito come e di più di quanto assicurava, cinquanta
anni fa, la produzione di massa di processi verticalmente integrati.
Qualcuno chiama questi fenomeni: la via verso i servizi e la terziarizzazione
dell’economia. A noi interessano poco le definizioni statistiche e sociologiche.
Importa il processo produttivo. Da sempre l’impresa produce servizi, misti con i
manufatti. Continueremo sempre a produrre beni. Ma il contenuto di servizio
aumenterà progressivamente, man mano che ci sposteremo nella fascia alta della
gamma delle produzioni. Il nuovo paradigma produttivo è capace di generare
maggiori redditi e maggiori soddisfazioni. Sono stati sconfitti quanti,
scioccamente, pronosticavano la fine del lavoro che invece nel mondo è cresciuto
ed è aumentata la sua qualità, specie nei paesi sviluppati. Nuovi mercati e
nuove tecnologie ci consentono di avviare nuove organizzazioni produttive.
Possiamo scegliere, se chiuderci al nostro interno nel tentativo di non cambiare
nulla, o aprirci a queste nuove esperienze anticipando quanto stanno facendo
altri paesi. Uscire dalla stagnazione Dobbiamo uscire da questa fase di
stagnazione. La produzione industriale dei primi mesi del 2004 è ferma sugli
stessi livelli dell’autunno del 2001. Di fatto, siamo tornati ai livelli di
produzione di 6 anni fa. Certo, il fenomeno non dipende tutto da noi e non siamo
i soli a soffrire della stagnazione. Francia e Germania condividono con noi una
stagione di deludenti risultati. Nel 2003 il PIL è aumentato dello 0,4% in
Francia, mentre è sceso dello 0,1% in Germania. In Italia la crescita è stata
appena dello 0,3%. Ma noi imprenditori siamo abituati a confrontarci con chi va
meglio, non con chi va peggio. Questa è la logica delle imprese. Questa è la
logica se si vuole migliorare. Non abbiamo bisogno di consolazioni, ma di
trovare in noi sempre nuovi stimoli. Nello stesso 2003 la Spagna è cresciuta del
2,4%, il Regno Unito del 2,3%, il Giappone del 2,7%, gli USA del 3,1%. Non sto
parlando, ovviamente, della Cina il cui tasso di crescita eccede l’8% annuo. Non
è vero che dobbiamo rassegnarci ad una bassa crescita perché ormai siamo troppo
ricchi. Il Paese ha ancora sacche di povertà ed aree non sviluppate. Comunque
non esiste in economia la logica dello stare fermi. O si cresce o si regredisce.
Sta a noi decidere. Non esiste alcun male oscuro né alcuna maledizione che ci
impedisce di crescere. All’inizio degli anni Novanta l’Italia deteneva il 5 %
del commercio mondiale. Oggi siamo al 4%. Certo, la crescita di nuovi mercati e
di nuovi concorrenti determina necessariamente una riduzione delle quote degli
altri paesi. Ma perché la Francia, la Germania e gli USA hanno difeso meglio le
loro quote di mercato? La verità è che siamo meno competitivi, come tipo di
prodotto, come mercati di sbocco, come sistemi di distribuzione, come finanza
che ci aiuti a conquistare mercati, come costi di produzione, come costo ed
efficienza della Pubblica amministrazione.
Non è così per tutte le imprese. Abbiamo anche imprese eccellenti che sanno
stare sui mercati. Ma il nostro obiettivo è avere il maggior numero possibile di
imprese capaci di stare sui mercati. Per raggiungere questi obiettivi dobbiamo
lavorare tutti assieme. Con uno spirito di squadra, che veda le banche vicine
all’industria, la distribuzione accanto ai marchi, la finanza assieme alle
piccole imprese, i servizi alleati tra di loro e capaci di trascinare
l’industria nella competizione mondiale e nella soddisfazione del cliente.
Occorre che la Pubblica Amministrazione accompagni le imprese, non le ostacoli.
E dobbiamo fare presto. Perché, paradossalmente, oggi abbiamo condizioni
favorevoli, ancora con bassi tassi di interesse. Domani non sarà più così. Se,
come speriamo, la ripresa prenderà vigore, allora avremo un rialzo del costo del
denaro, con rischi e tensioni per chi vive sul debito. E il nostro Stato ha un
debito che supera il PIL. Questo significa che il pagamento di interessi da
parte dello Stato crescerà, rendendo più difficile il controllo della finanza
pubblica e più instabile la nostra economia. Non aspettiamo di trovarci in
quelle situazioni. Muoviamoci prima. Dobbiamo adottare politiche efficaci per lo
sviluppo investendo risorse pubbliche in ricerca e in infrastrutture. Dobbiamo
contestualmente sostenere lo sforzo del Governo di mantenere la stabilità dei
conti pubblici. Le imprese devono innovare E il primo passo lo devono fare le
imprese. Sta a noi costruire le condizioni per stare sul mercato. E’ li che si
misura la qualità dell’imprenditore. La concorrenza si batte solo se si sa
innovare. L’innovazione non è qualche cosa che si fa una volta nella vita e poi
si vive di rendita. E’ invece una fatica quotidiana. E’ il prodotto di una forma
mentis che rimette sempre tutto in discussione. L’innovazione è un’ansia
continua che ci deve portare a migliorare i nostri prodotti, i nostri processi
produttivi, le nostre tecniche di vendita, i servizi connessi ai nostri
prodotti: in altre parole, la gestione delle nostre aziende. L’innovazione è
anche rischio e investimento, in persone e mezzi. Essa presuppone la vicinanza
della finanza, che sappia accompagnare le idee dell’imprenditore e sappia dargli
quello spazio di risorse capaci di portare a termine i progetti. Che aiuti il
piccolo imprenditore come il grande a riprendere la strada dei brevetti, su cui
si misura il grado di innovazione di un Paese. Presuppone che le imprese
coinvolgano cervelli giovani, orientati alla ricerca, avidi di conoscenze,
desiderosi di sperimentare. Troppo pochi laureati sono impiegati nelle nostre
aziende. Troppo pochi giovani scelgono gli studi scientifici. La bolla
speculativa degli anni ’90 ha avuto, tra gli altri, anche l’effetto di
distogliere molti imprenditori e troppi giovani dalla fatica della produzione,
per tentare la via facile della finanza. Abbiamo visto come è andata a finire.
Riprendiamo a lavorare, tutti, concentriamoci sui nostri “fondamentali”: i
nostri uomini, i nostri prodotti, i nostri clienti! Non mi stancherò mai di
ripetere: innovazione, innovazione, innovazione, da Ragusa a Trento,
dall’agricoltura all’elettronica, dai giovani agli anziani, dai letterati agli
ingegneri, dal professionista al pubblico ufficiale. Lo Stato deve investire in
istruzione e ricerca Ma l’innovazione da sola non basta. Le nuove produzioni e i
nuovi lavori presuppongono forti investimenti in formazione e ricerca. Il mondo
è tornato a viaggiare sulle idee. Questo dovrebbe renderci tutti più ottimisti.
Ma le idee non vengono solo dalla fantasia innata dei geni isolati, sono il
prodotto di una applicazione perseverante e di uno studio profondo e diffuso di
milioni di individui. Se dovessimo immaginare quale sarà l’Italia dei prossimi
venti anni e se dovessimo avviare un progetto per essere competitivi anche tra
venti anni, credo che non ci sarebbe altra risposta che investire nella ricerca.
Nessuno di noi sa quali saranno i settori e le produzioni di domani. Ma tutti
abbiamo chiara la percezione che chi parteciperà allo sforzo di ricerca mondiale
sarà in grado di competere nel mondo di domani. Dobbiamo investire in ricerca
più di quanto oggi facciamo. Siamo agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi
per investimento nella ricerca. Noi dobbiamo riuscire a spostare nella ricerca
un punto di PIL. Questo è un campo dove le imprese da sole non bastano. La
ricerca è sforzo principale di tutta la comunità scientifica del Paese. In ogni
Paese, c’è lo Stato dietro il sistema della ricerca nazionale. Questo, non per
esonerare le imprese, ma per rendere il senso delle proporzioni. Se il sistema
della ricerca è vivace, tutta l’economia è moderna. Le nostre esportazioni sono
tradizionali perché il Paese fa poca ricerca. Non era così 30 anni fa. Occorre
avviare una vera politica della formazione e della ricerca a livello Paese. Noi
non possiamo assistere alla mortificazione del nostro sistema di educazione. I
Paesi in declino non sono quelli che perdono qualche grande impresa, ma sono
quelli che non investono nell’educazione e nella ricerca. E’ lì il segno del
declino, il rischio di vivere sul consumo del proprio patrimonio di conoscenze.
Scuola e Università sono un patrimonio fondamentale per il nostro Paese, dove si
formano i nostri giovani. E’ da lì che verrà il nostro futuro. Ognuno di noi
passa o è passato, attraverso queste strutture. Certo, i più fortunati possono
scegliere anche strutture estere, più efficienti. Ma la competitività del Paese
si misura sulla massa delle competenze, non sulle punte di eccellenza di pochi
individui. Un patto per la riforma del sistema dell’istruzione Eppure dobbiamo
constatare che ogni tentativo di riforma o adeguamento del sistema educativo
italiano genera più reazioni negative che sostegni interessati. Qui non ci sono
differenze politiche.
Oggi è questo Governo che sta incontrando resistenze a varare una buona riforma.
Molti degli obiettivi perseguiti, come quello dell’istruzione fino a 18 anni,
dell’alternanza scuola lavoro sono validi per tutti. Ieri c’era un governo
diverso politicamente, ma altrettanto ostacolato nei progetti di riforma del
sistema dell’istruzione e della ricerca. E se andiamo indietro nel tempo, non è
possibile ricordare alcun progetto di reale riforma della scuola che abbia avuto
il sostegno delle parti interessate. Così, il sistema educativo italiano si
dibatte tra riforme parziali, carenza di risorse, avversioni interne, attese di
rivincite politiche. La pur buona volontà dei singoli operatori del settore non
basta più. Ogni riforma avviata rischia di essere annullata da un’altra riforma
di segno opposto, che finirà per fare la stessa fine. Bisogna dirlo chiaro:
l’alternanza politica non è e non deve essere un ribaltone istituzionalizzato,
dove ogni 5 anni si cambia tutto, per non cambiare mai nulla nella sostanza del
Paese. E’ tempo di sostenere un progetto di progressivo investimento
nell’istruzione che coinvolga tutti: le parti sociali, gli operatori del
settore, le istituzioni, ma soprattutto la politica. La mia proposta è semplice.
Sull’istruzione e sulla ricerca si gioca il destino del Paese. Bisogna che su un
disegno pluriennale di riforma e di obiettivi si impegnino maggioranza ed
opposizione affinché, pur nell’alternanza possibile della democrazia, si segua
con continuità il progetto di modernizzazione del sistema educativo e della
ricerca italiano. In altre parole, si tratta di applicare alla politica un po’
della logica della concertazione. Questo non è consociativismo, ma senso di
responsabilità nei confronti dei cittadini. Ogni formazione politica avrebbe
sempre la libertà di interpretare il senso della modernizzazione, ma entro un
quadro di obiettivi condivisi. Ogni parte in causa deve saper mettere in
discussione se stessa ed accettare la sfida della modernizzazione Soprattutto
risponderemmo a quell’esigenza d’ammodernamento della ricerca e dell’istruzione
che è stato sollevato al Vertice di Lisbona e che è stato riconosciuto valido da
tutti, salvo poi essere spesso disatteso. L’Europa Un simile obiettivo ci
darebbe una maggiore credibilità in Europa, dove anche il sistema di istruzione
e ricerca presenta grossi limiti. E ci darebbe anche la possibilità di
collaborare più attivamente alla costruzione di questa nuova istituzione.
Dobbiamo riconoscerlo. In questi ultimi tempi abbiamo rimpianto fortemente di
non aver ancora concluso il processo di unificazione europeo. C’è una domanda di
Europa fortemente crescente, mentre non c’è ancora una risposta adeguata. Noi
dobbiamo dare questa risposta. Le imprese vogliono che la Costituzione Europea
sia firmata il più presto possibile, entro i prossimi giorni, per dare il via al
processo di costruzione di una unità politica.
Questo è un pressante appello che facciamo al Governo del nostro Paese ed a
quelli degli altri paesi europei. Noi non siamo euroscettici. Noi non crediamo
che l’Europa stia nascendo male. Noi pensiamo invece che occorra accelerare i
tempi. L’Europa che costruiamo è la più grande innovazione istituzionale di
questi tempi. Non esiste altrove alcuna esperienza di costruzione di una nuova
aggregazione istituzionale fra Stati che contemperi l’unità politica con la
sovranità nazionale. Nel passato le unioni avvenivano solo dopo una guerra,
attraverso l’applicazione della legge del vincitore, lasciando strascichi
drammatici, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. E’ il segno che la
Vecchia Europa si è rimessa in marcia ed ha ancora molto da dire al mondo, anche
a quello nuovo che riproduce ancora vecchi comportamenti nazionalistici. Per
questo dobbiamo avere il coraggio di rinunciare a molti egoismi nazionali.
Dobbiamo accettare lo spirito delle decisioni a maggioranza, sapendo che in
Europa conterà chi ha progetti di crescita, non chi userà del diritto di veto
per avere piccoli vantaggi e deroghe temporanee. Ma l’Europa deve essere più
semplice. Oggi l’Europa è il Continente più aperto per imprese e prodotti che
vengono dall’esterno ed il più chiuso per le imprese europee che operano con i
forti ostacoli interni. L’Europa burocratica, dalle molte leggi incomprensibili,
non è una iattura inevitabile. Non è solo il prodotto di una burocrazia
internazionale sorda e cieca. Essa è anche il prodotto dei nostri egoismi,
dell’azione degli interessi organizzati in corporazioni, del gioco perverso
delle amministrazioni nazionali che si ergono a tutela di piccoli interessi,
spinti solo dal desiderio di salvare la proprie competenze. Mercato e
Concorrenza Invece l’Europa ed i nostri Stati hanno bisogno di maggiore
concorrenza. Oggi il mercato e la competizione non sono più in auge. Le
difficoltà economiche europee hanno spinto molti paesi a riscoprire le presunte
virtù dell’intervento pubblico in economia. Ma il mercato e la concorrenza non
sono optional che si prendono solo quando fa comodo. Le loro regole sono la
costituzione sostanziale delle imprese. Molti osservatori che, nell’ultimo
periodo, hanno cercato di dare una spiegazione della difficoltà dell’economia
italiana, concordano nel dire che è la mancanza di concorrenza quella che genera
il maggiore disagio. Una mancanza di concorrenza che è forte in molti settori, e
che ha contribuito a mantenere piccole le dimensioni delle imprese, specie nei
servizi. Una carenza di concorrenza che deriva anche dalla permanenza di confini
nazionali e di barriere linguistiche. Che è giustificata dalla difesa di
prerogative locali e culturali. Ne è derivato un circuito perverso. La mancanza
di concorrenza ha reso più deboli alcune nostre strutture. La loro debolezza è
oggi motivo per chiedere nuove protezioni, anche per “non cedere allo straniero”
presunti campioni nazionali. E’ così che, per difendere piccoli interessi
locali, spesso si finisce per perdere tutto. La protezione delle professioni e
la pretesa di mantenere un rapporto di tipo personale e fiduciario ha solo
aperto il mercato italiano alle grandi imprese internazionali di studi
giuridici, di ingegneria, di consulenza, ecc.. La parcellizzazione delle nostre
imprese di servizi locali rischia solo di evitare la nascita di competitori
mondiali, quando anche questi servizi saranno sul mercato globale. Lo stesso
vale nel settore dei trasporti e nell’industria, dove le maggiori difficoltà le
troviamo in quei comparti che hanno goduto di una protezione. Il settore delle
banche, che negli ultimi anni ha fatto grandi progressi grazie alla apertura
della concorrenza, soffre comunque ancora del ritardo con cui il processo è
partito, tanto che banche straniere sono presenti nel nostro mercato ben più di
quanto accada per il contrario. E in giro per il mondo sentiamo la mancanza di
banche italiane che accompagnino la nostra internazionalizzazione. L’industria
crede nella concorrenza e la sua associazione, Confindustria, non persegue gli
interessi dei suoi maggiori iscritti e neppure quelli della produzione in
opposizione a quelli dei consumatori o dei lavoratori. Confindustria ha
l’ambizione di essere un’istituzione di tutte le imprese, volta a far funzionare
bene l’ambiente in cui le imprese possono realmente crescere e prosperare: ossia
il mercato con le sue regole della concorrenza. Il ruolo delle imprese per un
mercato più trasparente E il primo passo per la costruzione di un mercato valido
sta proprio nei comportamenti delle imprese. Per questo, nel mio programma, ho
messo in evidenza il ruolo che le imprese devono svolgere, riscoprendo
l’orgoglio di fare da sole. Finora una sorta di pudore faceva arrestare tutti i
nostri ragionamenti alla soglia della nostra casa, dove ciascuno di noi si
sentiva dominus e non accettava consigli. Non è più così nelle società moderne.
L’impresa è anche cosa pubblica, nel senso che coinvolge più soggetti
(lavoratori, clienti, fornitori, ecc.) e usa risorse altrui, ambientali e
finanziarie. In questa accezione, la trasparenza gestionale è necessaria, sia
come responsabilità verso gli altri, sia come fattore di competizione. Come
responsabilità perché si impiegano fattori della produzione che non ci
appartengono e che devono essere adeguatamente remunerati e preservati. Come
fattore di competizione, perché si affermano i nostri marchi, solo se si è
capaci di garantire qualità della produzione e continuità, che deve poggiare su
di un modello di gestione trasparente, capace di mettere l’impresa al riparo
dalle vicissitudini della famiglia azionista e dal rischio di avventurismo del
management. La tutela del risparmio non è solo un atto dovuto nei confronti dei
milioni di risparmiatori.
Dobbiamo accettare la sfida della trasparenza e aprire le nostre imprese ad un
efficace sistema di controlli: è nostro interesse tutelare il risparmio, è il
nostro impegno perseguire la moralità degli affari. Io sono uno di quegli
imprenditori che sentono l’impresa, prima come responsabilità e poi come
proprietà. Una responsabilità che a volte non ci fa dormire la notte, ma che ci
dà felicità ed orgoglio quando riusciamo a realizzare progetti che altri non
immaginano nemmeno. La trasparenza deve essere la nostra etica. Una trasparenza
di gestione che non vuol dire mettere in piazza i segreti di conduzione, ne
burocratizzare le procedure. Ma vuol dire separare nettamente le funzioni della
proprietà da quelle della gestione, pur se fanno capo necessariamente alla
stessa persona nelle imprese famigliari. La famiglia resta il fulcro
dell’imprenditoria, ma la famiglia imprenditrice non può essere una famiglia
come le altre. Essa deve avere la capacità di distinguere quando parla come
proprietà e quando parla come gestione dell’impresa. Deve saper valutare le
professionalità in azienda senza essere distorta da normali sentimenti
affettivi. Essa deve conquistare una cultura manageriale che è necessaria per
crescere ed aggregare nuovi soggetti che non possono e non devono riconoscersi
nella cultura famigliare, che resta un valore eccezionale, ma da riservare a
pochi intimi. La concertazione Se noi, come imprese, dobbiamo guardare al nostro
interno e molto dobbiamo fare per tenere il passo della competizione, non
potremo certo fare tutto da sole. Occorre che tutto il Paese si metta in marcia.
Occorre che si riprenda con nuovo entusiasmo e fiducia reciproca il dialogo tra
le parti sociali. Da parte mia ringrazio sinceramente per quello che hanno detto
i rappresentanti delle organizzazioni sindacali dei lavoratori all’indomani
della mia designazione. Lo considero come la testimonianza di un desiderio
sincero di confronto. Le ho prese come un invito a riannodare i fili di un
dialogo. Lo stesso vale per le posizioni espresse dalle altre Associazioni di
categoria, che rappresentano parti determinanti della nostra economia.
Commercio, Banche, Assicurazioni, Artigianato, Agricoltura, Industria,
Cooperazione, non sono più categorie statistiche separate da definizioni e da
interessi contrastanti. Sono componenti intersecate di un’unica realtà:
l’impresa. Noi, tutti assieme, possiamo condividere un progetto per il Paese. E’
in questo modo che possiamo contribuire anche noi a creare fiducia Perché
condividiamo, credo, la stessa preoccupazione sulla tenuta del nostro apparato
produttivo, e sulla necessità di creare più occupazione. Per questo dobbiamo
avviare analisi congiunte, individuare obiettivi, definire gli strumenti e,
soprattutto curare l’implementazione della azioni necessarie. Senza una vera
attenzione alle cose da fare, si rischia di rielaborare l’ennesimo elenco delle
cose da fare.
Con questo non voglio proporre alcun Patto dei Produttori, come se dovessimo
difenderci dal mercato, né intendo sostituire l’opera della Politica, né tanto
meno quella del Governo. Vogliamo però essere protagonisti del nostro futuro e
non semplici soggetti passivi. Vogliamo, credo tutti assieme, chiudere la
stagione dei dissidi e delle incomprensioni. Una stagione che non ci appartiene.
Così facendo, non solo daremo un contributo a risolvere i nostri problemi. Ma
potremo anche dare un segnale al Paese che è tuttora scosso da troppe divisioni,
con un, ormai insopportabile, tasso di litigiosità. Un Paese, invece, che ha
bisogno di fattori di convergenza. Un Paese dove vedo un pericoloso ridursi
dell’autorevolezza delle nostre istituzioni. Parlamento, Governo,
Amministrazioni Locali, Magistratura, Autorità di controllo e di garanzia si
trovano troppo spesso in una contrapposizione reciproca difficile da accettare e
sotto attacchi mediatici spropositati. Guai se ciò continuasse. Mettere in
discussione le Istituzioni significa tagliare il ramo su cui si è seduti.
Giocare su una loro contrapposizione finirebbe solo per deludere la gente.
Nessuno si chiederebbe quale delle istituzioni ha ragione, ma tutti sarebbero
convinti della decadenza del Paese intero. Certo, le istituzioni devono essere
autorevoli per i loro comportamenti. Ma noi dobbiamo aver fiducia in esse, nella
loro storia e nella loro professionalità, con la quale è stato costruito questo
Paese: che non è l’ultimo al mondo, ma occupa i primi posti. E ognuno deve
correttamente svolgere il proprio ruolo: l’autonomia delle parti sociali
rispetto alla politica è essenziale in un quadro di collaborazione. Per la
Confindustria l’autonomia è e sarà sempre una caratteristica indiscutibile del
suo modo di essere. Noi, come parti sociali, veniamo da una stagione lunga di
concertazione, che ha dato grandi frutti, ma ha generato anche talune
incomprensioni. Noi intendiamo ripartire dai primi. Il patto sociale del 1993 è
tuttora valido ed è soprattutto valido nello spirito con cui esso venne firmato.
Ha consentito al Paese di fermare i processi inflattivi. Ha garantito ai
lavoratori una difesa del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ed una
crescita dell’occupazione. Ha permesso alle imprese di affrontare una stagione
di stabilità dei cambi. Dobbiamo ripartire da lì, per affrontare i nuovi
problemi. Il valore di quell’accordo non stava solo nell’aver posto fine ad una
lunga stagione di tensioni. Esso ha rappresentato uno scambio tra le parti
sociali che si sono fatte reciproca fiducia: uno scambio che ha fatto nascere
nuove relazioni industriali, eliminando automatismi inflattivi. E’ lo scambio la
connotazione principale. Dopo di allora abbiamo anche fatto nuovi accordi, ma
senza più rimetterci in gioco. Non è questo lo spirito della concertazione.
Credo che dobbiamo avere il coraggio di guardare al nostro interno, di metter da
parte gli estremismi, di riprendere la via del dialogo diretto, non per una
questione di principio, ma perché ci sono nodi che attendono di essere sciolti e
solo noi possiamo farlo.
Non pretendo di dettare una agenda dei nostri lavori. Ma credo che abbiamo molti
argomenti da affrontare. C’è convenienza a rivedere gli assetti dei contratti,
anche in una logica di modernizzazione e semplificazione, per ridurne il numero
e quindi la complessità degli stessi. Per meglio definirne i contenuti, evitando
rischi di cattive interpretazioni. Altri argomenti possono vederci protagonisti.
L’Europa ci invita a ragionare sui sistemi di partecipazione. Sul mercato del
lavoro possiamo cercare soluzioni condivise a quelle che ormai sono leggi dello
Stato. La riforma degli ammortizzatori sociali è ancora da fare. Quella della
Previdenza non può vederci arroccati su posizioni contrapposte. Abbiamo poi
davanti a noi la vera sfida per dimostrare che la collaborazione tra imprese e
sindacato produce risultati concreti, utili allo sviluppo delle imprese e alla
crescita delle persone. Dobbiamo far partire in Italia la formazione continua.
Abbiamo costituito i Fondi, la risposta delle imprese e dei lavoratori è stata
molto superiore alle attese. Dobbiamo far funzionare i fondi in modo rapido ed
efficiente. Il Governo crei le condizioni per favorire questo sforzo, non
mortifichi tutto questo con impedimenti burocratici e sofismi interpretativi.
Abbiamo molto lavoro da fare insieme. Il mio invito è quello di cominciare da
subito. Se sapremo trovare alcune soluzioni per i nostri problemi, saremo anche
più credibili per chiedere agli altri di fare la loro parte. Io sono certo che
possiamo farlo. Il Paese si aspetta da noi fatti concreti. Sarebbe colpevole non
cogliere questa occasione. Sono certo della vostra disponibilità: siatelo anche
della mia. Il contesto competitivo Da più parti si invoca una nuova politica
industriale, ma il significato di essa resta confuso e multiforme. C’è chi
rimpiange l’epoca delle Partecipazioni Statali e c’è chi vorrebbe erigere dazi e
dogane per chiudere il Paese, nell’attesa che sia capace di affrontare
condizioni di competizione “equa”. In tutte queste posizioni aleggia, a mio
avviso, un diffuso pessimismo, che deriva dalla convinzione che il Paese sia
ormai sull’orlo del fallimento. Questa non è la mia opinione e questo non
risulta da molti fatti. L’elenco delle cose che non funzionano è ampio, ma è
sufficientemente grande anche quello delle cose che funzionano. Non mi interessa
la logica del farmacista che misura con precisione la somma dei positivi e dei
negativi, per stilare una diagnosi. Preferisco guardare a cosa bisogna fare,
perché comunque siamo un grande Paese industriale: un Paese ove il peso
dell’industria resta a livelli paragonabili ed anche superiori a quelli degli
altri grandi paesi. Il Paese ha bisogno di maggiore concorrenza e, per
affrontarla, ha bisogno di infrastrutture moderne. Il Governo ha fatto passi
importanti nella definizione di regole per le nuove infrastrutture, e dobbiamo
dare atto che il disegno di nuove autostrade e di treni ad alta capacità ha
acquisito una ben maggiore visibilità. Su questa strada dobbiamo procedere, con
un forte coinvolgimento della politica, soprattutto a livello locale.
Abbiamo un bisogno enorme di centrali per l’energia, di siti per lo smaltimento
dei rifiuti, di interventi per migliorare le nostre città. Siamo tutti
consapevoli di questi bisogni. Spesso abbiamo anche le risorse finanziarie per
soddisfarli. Perché non riusciamo a trovare il consenso per procedere? Non è
questo il più alto compito della politica? A che serve la politica se deve solo
seguire gli umori di qualcuno? Abbiamo bisogno di politica che sappia costruire
il consenso per progredire. Anche questa è politica industriale. Oggi soffriamo
di un eccessivo segmentazione delle competenze sul territorio. Lo spirito
originale del federalismo, nato dall’idea di alcuni movimenti politici, non era
sbagliato. Muoveva da un ragionamento semplice, comprensibile ai cittadini e
razionale. Per cambiare la nostra pubblica amministrazione c’è bisogno di una
profonda riorganizzazione dei poteri, in modo da avvicinare ai cittadini le
responsabilità e le decisioni. Era l’occasione per avere una amministrazione
pubblica più vicina ai cittadini e alle imprese, più leggera, semplice e meno
costosa. Ma, dopo quattro anni dalla prima riforma costituzionale e dopo molti
progetti di ulteriore riforme, dopo decine di ricorsi alla corte costituzionale
e una incredibile proliferazione legislativa a tutti i livelli, dobbiamo dire
che stiamo andando nella direzione sbagliata. Questo federalismo rischia di far
affondare il nostro Paese, altro che liberarlo! Il localismo avrebbe dovuto
esaltare le specificità delle diverse aree, responsabilizzando i loro
amministratori, aumentando la loro competitività. Invece il localismo ci sta
uccidendo. Stanno aumentando i costi per la finanza pubblica, c’è confusione di
competenze, c’è una rincorsa ad occupare potere. L’autonomia fiscale avrebbe
dovuto ridurre le tasse alleggerendo l’amministrazione, invece viene usata per
drenare più risorse per pagare apparati sempre più costosi e privilegiati.
Misureremo il Federalismo sulla sua capacità di ridurre la spesa pubblica,
quindi le tasse, e di accelerare le decisioni. Lo condanneremo se servirà solo a
far prevalere il particolare ed il locale sugli interessi generali. Anche la
dimensione delle nostre imprese non può più essere un tabù. Siamo un Paese
fondato sulle piccole imprese. Queste sono state e saranno sempre la forza del
nostro sistema. Molti si lamentano delle troppe piccole imprese. Io penso che
non sono mai troppe. Ma, se l’Italia sarà sempre un Paese di piccole imprese,
dobbiamo avere la coscienza che le piccole imprese dell’era globale saranno
piccole imprese comunque più grandi di quelle che oggi conosciamo. Bisogna far
crescere le nostre imprese. Nessun senso di inferiorità per le nostre piccole
imprese, ma molto senso di realismo. Per affrontare nuove tecnologie e mercati
globali, esse devono crescere, devono allearsi, devono raggrupparsi in filiera,
devono articolarsi nella gestione, avere maggior capitale di rischio, investire
nel loro marchio. In altre parole, devono crescere di dimensione e di cultura,
pur restando piccole. Noi non possiamo e non dobbiamo lasciar sole le piccole
imprese. Sono la nostra forza e su di esse dobbiamo puntare.
Mi sembrano chiari i compiti che le imprese devono assolvere da sole per
crescere, ma dobbiamo porci almeno tre priorità: - una cultura imprenditoriale
favorevole alla crescita; - un sistema finanziario capace di aiutare le piccole
imprese nella fase di crescita, - un fisco che non penalizzi, ma aiuti i
processi di fusione e di acquisizione delle imprese che vogliono crescere Ci
vuole poi un ambiente esterno favorevole alla crescita. E questo ambiente è
fatto di molte cose. Infrastrutture moderne, perché la competizione impone una
logistica efficiente. Oggi si produce ovunque e si ricompongono produzioni da
più angoli della Terra. Oggi si servono mercati lontani e ci si approvvigiona
dovunque. Oggi la tecnologia ha ridotto spazio e tempo. Oggi la logistica è
diventata fattore di competitività per eccellenza. E noi dobbiamo valorizzare i
nostri sistemi di comunicazione, i nostri porti, gli aeroporti, costruire le
autostrade del mare che rappresentano la soluzione per integrare una rete di
comunicazione, che nel nostro Paese ha difficoltà a svilupparsi anche per
evidenti asperità orografiche. E, lasciatemelo dire, dobbiamo uscire dalla
logica localistica che porta a creare aeroporti “condominiali” in ogni provincia
e comune del Paese. Abbiamo bisogno di energia a costi competitivi, che oggi non
abbiamo. Le imprese che investono in Italia non possono continuare a lungo a
pagare l’energia il 20% in più rispetto agli altri paesi europei. Le vicende di
questi giorni legate al surriscaldamento del prezzo del petrolio dimostrano la
grave vulnerabilità del nostro sistema energetico. Oggi bisogna completare il
processo di liberalizzazione; stabilizzare le regole perché si realizzino gli
investimenti programmati in nuove centrali; dare la possibilità ai produttori di
ripensare ad una nuova politica delle fonti energetiche, l’unica in grado di
ridurre in modo significativo il costo della produzione. Occorre semplificare il
Paese, a cominciare dalla Pubblica Amministrazione, che rappresenta il
principale deterrente all’investimento estero in Italia. Questa della
semplificazione, purtroppo sta diventando solo uno stanco ritornello a cui
nessuno reagisce più. Abbiamo troppe leggi, dicono tutti. Eppure tutti i Governi
si vantano di aver fatto nuove leggi. Mai uno che ci dicesse di averne eliminate
qualcuna! Siamo arrivati al punto che il Parlamento italiano è fiero della sua
“produzione legislativa”, neanche fosse un bene da esportare! E intanto cresce
la normazione regionale, accanto a quella provinciale e comunale. Non è solo
l’Europa che è burocratica. Lo siamo noi. Come si può crescere se le imprese
devono dedicare tempo e risorse per parlare con la Pubblica Amministrazione,
invece di destinarle a conquistare nuovi mercati? Ma per crescere occorre avere
anche una finanza efficiente ed alleata delle imprese. Il sistema delle banche
in Italia ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. Certo, veniva da un’epoca
in cui la banca era soprattutto un soggetto pubblico. Ma il progresso è stato
forte ed ora le nostre banche competono con quelle europee, anche se vale anche
per loro la necessità di crescere.
Tuttavia, resta ancora una cultura di separatezza tra banca ed impresa. La prima
ha difficoltà a valutare bene progetti industriali e punta troppo a garanzie
reali, con ciò mortificando lo spirito imprenditoriale. La seconda vede ancora
la banca come uno sportello pubblico, che deve dare risorse senza entrare nella
condivisione del progetto, che resta di sola discrezionalità personale del capo
azienda. Non vorrei più sentire parlare di contrapposizione tra banca e impresa.
Dobbiamo fare tutti un passo avanti. Senza finanza moderna le imprese non
crescono. Senza crescita delle imprese la finanza resta antiquata. E’ un bisogno
comune. Facciamo questa strada assieme. Per far crescere soprattutto le piccole
imprese. Ma una finanza aperta alle imprese è fondamentale anche per le grandi e
medie imprese italiane. Esse sono ancora troppo poche. Non mi scandalizzo se il
Paese fa uno sforzo per difendere le poche grandi imprese esistenti, con mezzi
rispettosi del mercato. Lo fanno tutti i paesi, a cominciare da quelli che fanno
professione di liberalismo. Il nostro problema è far crescere il numero delle
grandi aziende, perché un Paese di piccole imprese deve comunque avere delle
grandi imprese, che producano ricerca e management, che sappiano stare sui
mercati mondiali, che forniscano quei servizi avanzati che solo una grande
organizzazione può produrre. Il Mezzogiorno Nostro problema resta ancora quello
del Mezzogiorno. Non è più lo stesso problema di anni addietro. Nuove imprese
sono nate nel Mezzogiorno e il Sud ha fatto consistenti passi in avanti. Ma
servono ancora molti interventi per portare questa area alle condizioni del
resto del Paese. Un imbarazzante silenzio caratterizza il dibattito sulla
questione meridionale. Quasi che non parlandone il problema si risolva da solo.
Non è così. Nel 2006 sarà ridimensionato il sostegno concesso dall’Unione
Europea alle regioni meridionali a causa della revisione delle politiche di
riequilibrio territoriale conseguenti all’ingresso dei dieci nuovi paesi. Non
possiamo farci trovare impreparati. Il Mezzogiorno ha un drammatico bisogno di
tre cose: infrastrutture, recupero dei centri urbani ed una pubblica
amministrazione efficiente. La sua struttura industriale è ancora fragile.
Vogliamo assistere inerti davanti a questi bisogni? Vogliamo scoprire troppo
tardi di non esserci mossi in tempo? Il problema si fa urgente di fronte a una
ventilata modifica del sistema di incentivazione per il Mezzogiorno. Aleggia una
ipotesi di sostituzione degli incentivi in conto capitale con quelli in conto
interessi, a per i debiti a lunga scadenza e, pare, garantiti dallo Stato.
Voglio dirlo subito. Non ho remore a parlare di come migliorare il sistema di
incentivi. Specie se, attraverso una loro modifica, si riducesse
l’intermediazione politica e discrezionale. Se poi, da tali modifiche ne
dovessero derivare anche risparmi per lo Stato, ne saremmo tutti ben felici.
Trovo però improprio che si parli di modifica degli incentivi, non già per
rendere più efficiente l’intervento nel Mezzogiorno, ma per ridurre le spesa
pubblica e per favorire una successiva riduzione della pressione fiscale. Ogni
cosa deve stare al suo posto. Se vogliamo parlare di modifica di incentivi,
parliamone, ma per renderli più efficienti e mirati. Se poi vogliamo ridurre le
uscite dello stato, parliamone: è un obiettivo che condividiamo e ci sono molte
aree della spesa pubblica da indagare. Se si vogliono ridurre le tasse,
benissimo. Il sistema produttivo può essere stimolato da una minore pressione
fiscale, ma solo in un quadro positivo della finanza pubblica. Ma cosa c’entra
tutto questo con la politica per il Mezzogiorno? Solo se il Paese è unito ed
omogeneo nelle sue possibilità di sviluppo noi potremo dire di essere
competitivi e capaci di attrarre investimenti. Sta qui il senso della politica
per il Mezzogiorno. Una politica che si fondi su un reale riequilibrio. Che
punti ad una semplificazione delle procedure, una efficienza della Pubblica
Amministrazione, una rete di infrastrutture moderne, una capacità di far
fruttare le risorse esistenti. Questo implica anche una valorizzazione della
cultura, dell’arte, del territorio, per restituire al Mezzogiorno capacità di
attrazione. Una capacità che coinvolga imprese e persone. Le prime per produrre
e svilupparsi, le seconde per lavorare o per visitare e vivere questa realtà
unica al mondo. Il Mezzogiorno deve essere la nostra Nuova Frontiera: una
frontiera che si apra e che rappresenti il futuro del Paese e non la somma dei
problemi del passato. Competitività e Presenza Internazionale Noi dobbiamo
portare il marchio Italia nel mondo. Un marchio fatto della nostra storia, dalla
nostra cultura, di un incredibile patrimonio artistico e paesaggistico, dei
nostri stili di vita, della nostra industriosità, dei molti brand che siamo
riusciti ad affermare nel mondo, della filiera di garanzia di qualità che le
nostre piccole aziende sanno fornire. E’ qui che dobbiamo sapere veramente fare
sistema. Le Istituzioni italiane devono dare il supporto necessario per far
comprendere che tutto il Paese è dietro alle nostre aziende. La Distribuzione,
la Finanza, i Servizi, l’Industria, l’Artigianato e tutto il variegato mondo
delle imprese si deve impegnare, perché per tutti il mercato non è più quello
sotto casa. Stiamo sprecando troppi soldi e troppe energie tra mille soggetti
che si occupano di promuovere l’Italia nel mondo, ognuno a modo suo.
L’imprenditore ha ormai bisogno di una bussola per districarsi tra le mille
sigle. Occorre invece uno sforzo comune. Un coordinamento che ci faccia fare
sistema almeno nei paesi più importanti per il nostro Export. Su questi ci
attendiamo un impegno forte e urgente del Governo. Noi daremo il nostro
contributo, per consolidare la presenza dei nostri marchi all’estero e per
portare nel mondo tutto il sistema Italia. La Confindustria sarà più presente
nei mercati mondiali. Occorre vendere all’estero non soli i prodotti ma la
filiera della nostra produzione. Occorre portare nel mondo i nostri distretti.
Molte nostre piccole imprese sono fornitrici di prodotti e di servizi di
altissima qualità: occorre fare in modo che questa qualità si trasformi in
valore riconosciuto dal mercato, attraverso marchi e certificazioni, per evitare
di competere solo sul prezzo. In caso contrario, si finisce per comprimere
l’area di produzione e per consegnarla a paesi che, sui costi e sui prezzi,
saranno sempre più competitivi di noi. Questa non è un’esigenza solo della
piccola impresa: lo è anche e soprattutto delle grandi imprese italiane, che di
questa qualità si avvantaggiano per competere sui mercati mondiali. Occorre
organizzare dei veri e propri consorzi di filiera, con marchi e certificazioni,
per esportare il sistema dell’impresa italiana e non solo il singolo prodotto.
Ma nella promozione del nostro Paese un ruolo determinante è giocato dalla
cultura, che rappresenta un patrimonio da cui derivano molte nostre eccellenze e
che può produrre reddito e ricchezza, se ben preservato e valorizzato come una
grande opportunità imprenditoriale. Questo patrimonio, da cui possono nascere
servizi ad altissimo contenuto tecnologico, ha un valore inestimabile. Un valore
che ci riconosce il mondo intero e che va accresciuto, oltre che conservato. Un
valore che andrebbe promosso con maggiore sensibilità, per attrarre imprese
moderne e persone di qualità sul nostro territorio. E’ giunto il momento di
rivolgere un’attenzione diversa, strategica e organica al turismo,
considerandolo un settore chiave di sviluppo e di opportunità imprenditoriali e,
quindi, occupazionali. Non più concepito come mera capacità ricettiva, ma
avviato a fare di tutto il Paese un ambiente capace di attrarre cittadini e
imprese di tutto il mondo. Un Paese che ha saputo diventare industriale senza
rinnegare la sua storia, ma che deve elevare il livello e la competitività della
promozione e dell’offerta. E questo vale soprattutto per il Mezzogiorno che nel
turismo è, paradossalmente, più indietro del Centro-Nord, malgrado quanto si
possa credere e malgrado lo straordinario valore storico, artistico e
paesaggistico, che nessun cinese potrà mai copiare. Guardiamo al futuro A
osservare il nostro Paese, si ha l’impressione che l’Italia si stia
imborghesendo, senza essere riuscita a costruire una vera classe dirigente
borghese. Il nostro Paese deve saper uscire dal suo passato. Un passato ricco di
soddisfazioni, ma anche denso di antiche tensioni. Non è riscrivendo
continuamente la propria storia che si costruisce il futuro. Ai nostri figli
dobbiamo consegnare una storia condivisa: che sappia guardare con disincanto a
quanto avvenuto, ma che costituisca soprattutto base solida per costruire il
nostro futuro. E il nostro futuro è nei giovani. Ne vedo troppo pochi in questa
sala e vorrei che fossero di più qui ma anche nelle aziende e nella politica.
Vorrei che, con le loro facce scanzonate e curiose, ci facessero riflettere
sulla vacuità di molte nostre discussioni. Ci dessero il senso del nostro
avvenire. Il coraggio di cambiare.
Non che i giovani non siano, a volte, anche loro conformisti, come e più degli
anziani. E purtroppo li vediamo anche troppo sovente difendere vecchi assetti e
resistere ai cambiamenti. Ma i giovani hanno il vantaggio di saper cambiare in
fretta e comunque il nostro avvenire è in mano loro. Alla loro preparazione deve
andare uno sforzo maggiore da parte di tutta la società. A loro dobbiamo aprire
le porte il più presto possibile: non devono diventare vecchi per assumere nuove
responsabilità. Noi non dobbiamo deludere i giovani. A loro voglio dare un
benvenuto particolare. A tutti i giovani: che scelgano di operare in una azienda
o nel settore pubblico, nelle professioni o nell’arte e nella cultura. Ma un
saluto particolare lo voglio riservare a quei giovani che, spero, saranno molti
a voler prendere la strada dell'intraprendere. A quelli che saranno i nostri
colleghi, in qualsiasi settore vorranno operare. E’ una strada difficile, che
non prevede percorsi conosciuti. E’ una strada fatta di coraggio e di
solitudine, perché l’imprenditore è sempre solo a prendere le sue decisioni.
Solo con le sue responsabilità, i suoi rischi, le sue aspettative. Ma è anche
una strada piena di soddisfazioni, di passione, di gioia. Una strada che
mantiene sempre vivi e sempre giovani, proprio perché ci rimette sempre in
discussione. A coloro che, da giovani, vorranno fare l’imprenditore, voglio dire
che questa è la loro casa. Perché questa è la casa di tutti gli imprenditori e
di tutte le imprese. Una casa aperta, dove ognuno si possa sentire libero di
esprimere il proprio parere. Una casa che intende collaborare con quanti
vogliono che cresca il benessere, la cultura, la civiltà, nel nostro Paese e nel
mondo. La casa di tutti coloro che sentono forte l’orgoglio di essere
imprenditori ed italiani. Una casa che collaborerà con tutti perché l’Italia
ritrovi il gusto di crescere e la capacità di innovare. Grazie a tutti.